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La prima lezione è stata introdotta dal prof con affermazioni curiose e al contempo divertenti. Ha esordito affermando che: "la realtà è una strana astrazione, noi stessi siamo prigionieri di molte realtà". Proprio a dimostrazione di tale teoria , sono stati posti alcuni curiosi esempi:
guardate questa immagine, e ora guardate questa. Che cosa hanno in comune l'immagine dello sbarco sulla luna e quella di un cane fa la pipì vicino a un albero? apparentemente nulla!, o meglio da un punto di vista locale (micro), non riusciamo a coglierne l'elemento comune e ci sembrano non solo due immagini una diversa dall'altra , ma tenderemo a dare una rilevanza diversa (più importante) nel caso della sbarco sulla luna rispetto al cane che fa pipì. Ma perchè questa reazione? - la risposta è che noi esseri umani " non ragioniamo in base a ciò che conosciamo oggettivamente , ma ragioniamo in base a ciò che crediamo sia vero e che percepiamo". Contrariamente, a tutti gli esseri umani un sociologo non deve adottare una prospettiva locale, per vedere e spiegare la realtà, ma dovrebbe adottarne una di tipo globale: stando a questo tipo di approccio alla realtà, le due immagini che abbiamo visto per la sociologia sono esattamente identiche - non sono altro che due modi diversi di "marcare un nuovo territorio". Questo significa guardare la realtà da un punto di vista globale. Noi esseri umani , non siamo poi così diversi da un pesciolino rosso in un acquario. Il pesciolino non sa di essere in un acquario, anzi quall'acquario rappresenta tutto il suo universo. non sa cosa c'è al di fuori, tutto quello che esiste per lui è quello che percepisce in quell'acquario. Bisogna dunque sempre tenere a mente la differenza tra: locale e globale, macro e micro, biologico e culturale. Un altro esempio interessante, che può aiutarci a capire la differenza tra locale e globale, è porsi la domanda " perchè bussiamo alla porta" una risposta dal punto di vista locale, potrebbe essere, bussiamo alla porta perchè è buona educazione, ed è qui, che dobbiamo allargare il nostro raggio visivo, guardare la cosa, da un punto di vista macroscopico e chiederci "che cos'è l'educazione"? - l'educazione è una convenzione sociale - ossia una norma informale socialmente condivisa, che può avere radici antichissime - infatti l'azione di bussare alla porta - è una forma evoluta di un abitudine dell'uomo primitivo, quando gettava una pietra in una caverna, per controllare se vi fossero animali pericolosi, un attegiamento questo, dettato dalla "paura" . Questo esempio, ancora una volta ci ricorda e ci dimostra come l'uomo tende a dare spiegazioni di carattere culturale, a fenomeni biologici.
Dal punto di vista globale - anche la concezione stessa di tempo, come noi lo conosciamo, cambia del tutto. Per capire come, è utile ragionare in termini di calendario cosmico, Supponendo che l'arco di tempo che parte dalle origini dell'universo ad oggi, corrisponda ad un banalissimo anno terrestre (12 mesi), lo sforzo che dobbiamo fare è quello di immaginare la realtà da una prospettiva temporale differente rispetto a quella a cui siamo abituati . Ciò che secondo la nostra concezione del tempo (concezione locale), equivale , per esempio a 5.000.000 di anni, in realtà da un punto di vista globale potremmo collocarlo in un anno terrestre, o ancor di meno, in un minuto secondo i tempi cosmici. Con questi concetti abbiamo cominciato a muovere i primi passi verso la comprensione della psicologia sociale delle comunicazioni di massa e lo abbiamo fatto partendo da un approccio evoluzionista. questo tipo di approccio è importante perchè ci aiuta a comprendere:
  • I mutamenti del significato che noi attribuiamo alle stesse cose ed agli eventi.
  • La continuità del significato che noi attribuiamo a cose e situazioni che sono cambiate.
  • L'intreccio tra natura e cultura, tra biologico e psicologico, tra umano ed animale.

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Fin dalla sua comparsa, la fotografia venne ritenuta utile ai fini delle più disparate attività di documentazione scientifica. Naturalisti, geologi, archeologi, viaggiatori, e non sono pittori e ritrattisti, vi ricorsero nelle abituali attività artistiche e di studio secondo l'idea che fosse capace di riprodurre la realtà con maggiore precisione e con minore dispendio di tempo, di risorse e di energia. Anche le discipline antropologiche, impegnate nelle operazioni di studio di popoli ritenuti "primitivi", fecero largo uso, nella seconda metà dell' ottocento, della fotografia. Ed è proprio in questo periodo che avvenne un incontro tra antropologia e fotografia. Gli antropologi dunque, strinsero con questo nuovo strumento di registrazione una relazione del tutto particolare. Quando la fotografia fece la sua comparsa, il giudizio unanime fu quello che essa fosse una copia fedele della realtà. Essa era riuscita, per la prima volta, ad estromettere dalle operazioni di rappresentazione, l'intervento soggettivo dell'uomo. La riproduzione della realtà operata secondo le procedure fotografiche, costituiva una importante testimonianza del sopravvento della società occidentale sulla natura e sulla morte, poichè essa era in grado di rendere memoria. Veniamo adesso all'antropologia della seconda metà dell'ottocento, quell'antropologia che fece, come già anticipato, ampio uso della fotografia. La prospettiva teorica che caratterizzò le maggiori attività di ricerca degli antropologifu senza alcun dubbio l'evoluzionismo. Conosciuto soprattutto per quanto asserito nel campo delle scienze naturali da Charles Darwin, l'evoluzionismo in antropologia rimanda a quell'insieme di richerche indirizzate a ricostruire le tappe evolutive che avevano connotato la storia dell'umanità. Compito dell'antropologia, dunque, era quello di scrivere, così come zoologi, botanici e ecc. venivano facendo per il regno animale, vegetale e minerale, la storia dell'umanità alla luce del presupposto che in essa, malgrado l'unicità della psiche, vi fossero razze diverse. Coerentemente con questi imperativi metodologici l'antropologia ottocentesca, soprattutto quella orientata allo studio fisico ed antropometrico dell'uomo, predispose una seria assai vasta di strumenti di rilevazione. È dall'impiego di questi che sarebbero emersi dati, soprattutto metrici, per le fasi successive di analisi. Craniometri, pelvimetri, goniometri, craniografi, pantografi ecc. sono soltanto alcuni degli strumenti che costituivano l'abituale corredo tecnico di cui l'antropologo ottocentesco si serviva. Ed è proprio tra questi strumenti, nella valigia degli attrezzi da lavoro, che figurava la macchina fotografica considerata anch'esa capace di restituire dati assolutamente oggettivi della realtà in rapporto agli ambiti di studio più importanti perseguiti dall'antropologia, come la craniometria, l'antropometria, la fisiognomica, l'etnografia ecc..

La craniometria - avente per oggetto di studio il cranio, ritenuto di estrema importanza in quanto dalla sua grandezza e dagli infiniti indici sarebbe stato possibile ricavare dati per distinguere le varia razze umane.

L'antropometria - intesa quale studio anatomico del corpo umano.

La fisionomica - avente quale oggetto il volto e le varie caratteristiche somatiche che questo esprimeva.

L'etnografia - ovvero la descrizione della vita, degli oggetti , dei rituali propri di un determinato popolo.

e proprio grazie alla fotografia era possibile. documentare importanti aspetti in tutti i settori dell'antropologia.

La fotografia antropometrica:

Proprio perchè la fotografia era ritenuta una copia oggettiva della realtà, si ritenne che da essa si potessero ottenere dati importanti relativi al corpo umano come l'altezza, la lunghezza degli arti, il bacino, il torace, la forma della mano delle dita, oltre alle caratteristiche dei capelli, alla forma della testa, ecc. Quando si pensa alla fotografia antropometrica bisogna immaginare le procedure effettive mediante le quali gli antropologi erano in grado di giungervi. Ovvero ad una persona posta in piedi, contro un muro, ricoperta di quel poco che si mostrasse sufficiente per nasconderne le parti intime, con a fianco un asta metrica capace di restituire con precisione l'altezza, con le braccia lungo il corpo in modo che fossero ben visibili le manie le dita. Attraverso questo tipo di fotografia gli specialisti si garantivano importante materiale documentario su cui esercitare le dovute analisi. Del resto, proprio perchè vennero pubblicate delle apposite istruzioni su come queste fotografie dovessero essere realizzate, gli antropologi si assicurarono che queste, da qualsiasi parte del mondo provenissero, a condizione che fossero realizzate seguendo proprio quelle direttive, potessero essere impiegate per le analisi comparative.

La fotografia fisionomica:

A differenza della fotografia antropometrica avente per oggetto il corpo intero, quella fisionomica era indirizzata a riprodurre soltanto le sembianze del volto umano. Secondo vari studiosi dell'epoca, era proprio studiando analiticamente le forme del volto, e non soltanto quelle del corpo, che era possibile risalire alle diverse razze. Ed è proprio per il raggiungimento di questo obiettivo conoscitivo che si ritenne di primaria importanza l'impiego della fotografia che consentiva di riprodurre le caratteristiche peculiari del volto: le arcate sopracciliari, gli occhi, la bocca, le orecchie, il mento, gli zigomi, ecc.. Anche in questo caso era possibile separare il momento della rilevazione da quello dell'analisi in quanto anche in questo ambito le fotografie fatte pervenire agli antropologi costituivano una importante ed incontrovertibile base documentaria per teorizzazioni e classificazioni razziali.

La fotografia craniomertica:

Una parte davvero consistente degli studi e delle teorizzazioni circa la classificazione razziale trovarono un importante punto di convergenza nelle analisi del cranio. È sottoponendo ad una vasta rigorosa operazione di misurazione il cervello, che sarebbe stato possibile giungere ad una classificazione razziale. A dire il vero, la pratica più diffusa consisteva nel raccogliere i teschi e nel farli recapitare ai musei di antropologia, Quando questo non era possibile si ricorreva alla fotografia. Riproduzioni di crani, inoltre, relativi a "razze" di particolare interesse, consentivano ai vari studiosi disseminati in Europa di prenderne visione pur non disponendo direttamente dell'oggetto. Anche in questo caso, pertanto, la fotografia in quanto ritenuta copia oggettiva della realtà, fungeva da sostituto della realtà stessa.

La fotografia etnografica:

L'antropologia ottocentesca, non sottopose l'uomo soltanto ad una analisi di carattere fisico-anatomico, ma estese le proprie ricerche alla cultura materiale (abitazioni, oggetti d'uso domestico, attrezzi di lavoro, armi, ornamenti, ecc..) ai rituali religiosi, magici ecc.. Compatibilmente con le tecniche dell' epoca che consentivano di fotografare soprattutto soggetti immobili, la rilevazione fotografica venne utilizzata per fini documentari e probatori sul versante etnografico. Tutto ciò che non era possibile trasportare in patria o spedire ai musei, come avveniva regolarmente con gli oggetti poco ingombranti, diveniva di competenza della riproduzione fotografica. Edifici, villaggi, ecc.. che si sottraevano dalla consueta pratica del raccogli e spedisci, venivano fotografati. Anche riti, festività, momenti vari di coesione sociale e di attività di gruppo, di caccia, di lavoro ecc. finirono nell'obietivo di una antropologia sempre più interessata, con il passare degli anni, ad avviare studi sul fronte più specificamente socio-culturale andandosi sempre più svincolando dalla matrice antropometrica e naturalistica da cui si era originata.