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Introduzione:

Questo post è tratto dal testo d'esame L'intensità e la distrazione scritto da Daniele Pitteri, docente universitario in Marketing e nuove tecnologie presso la facoltà di sociologia, corso di laurea in culture digitali e della comunicazione.
Questo libro descrive in maniera più che soddisfacente, il percorso evolutivo, le trasformazioni progressive dell'arte del comunicare. Raccoglie le traccie di queste trasformazioni, passando per le sue antiche origini. Ne registra le forme, le intensità, le dinamiche, le potenzialità, ma anche i limiti e le complesse trappole, che questa arte che noi chiamiamo comunicazione, nasconde. Lasciando emergere, in tal modo, una logistica delle dinamiche di produzione e di consumo dei processi comunicativi così come accadono dentro i media e nelle loro relazioni con le persone, le aziende, i territori e i mercati.
Il libro è sostanzialmente diviso in due parti: "La costruzione del mondo" (come lo conosciamo oggi) è il titolo della prima parte del libro, concepita come un lungo saggio, suddivisa a sua volta in quadri che muovono riflessioni varie sui concetti di merce, società del consumo, lo sviluppo delle metropoli, il superamento nella post-modernità, la definizione della cultura del consumo, secondo una temporizzazione progressiva, stirata lungo gli ultimi due secoli.
"Medialogie" è il titolo, invece, della seconda parte, che è una attenta analisi sugli strumenti della comunicazione, sulla logica o la non logica dei media, tentando di capirne le potenzialità, gli inciampi, gli impantanamenti, le stasi, le occasioni di crescita e di trasformazione, il passaggio da una fase all'altra del loro corso di vita.


"Tutte le cose del mondo":

Questo primo paragrafo introduttivo intitolato, tutte le cose del mondo, è particolarmente interessante, perchè offre una visione più ampia del concetto di merce, ma non solo, ci dà inoltre, una visione più profonda della società del consumo, nonchè delle strategie di comunicazione e i relativi media che vi hanno regnato nel corso della storia.
Questo paragrafo inizia con una frase apparentemente generica forse per alcuni un po' banale, ma che in realtà nasconde un significato più ampio,che ci fa capire con chiarezza le origini della moderna società del consumo,la frase è: " Il mondo è un ammasso di merci". Partendo da questa affermazione, il libro ci riporta indietro nel tempo, in particolare in America, nei primi giorni del secolo scorso dove era possibile sfogliare dei cataloghi che pubblicizzavano le merci più svariate.
C'era proprio di tutto su quei cataloghi, biografie di grandi esploratori, canzoni popolari, dizionari medici, armi con immagini di battaglie (fucili pistole), e tutti i nuovi prodotti tecnologici nati dalla prima rivoluzione industriale.
Ciò che il testo tende a sottolineare è che quei cataloghi non erano semplicemente uno strumento volto ad informare la popolazione sulla produzione industriale, per persuadere e convincere i cittadini ad acquistare quei beni, ma erano decisamente qualcosa di più: quelle pubblicazioni erano anche cronaca, che riflettevano con chiarezza la realtà sociale dell'epoca, erano un occasione in più per imparare la geografia, la storia, meravigliarsi delle scoperte della tecnica , di nuovi popoli e terre lontane, insomma raccontavano quasi attimo dopo attimo i cambiamenti del mondo.
Ma ciò che più balzava agli occhi, ma anche ciò che era più evidente nella vita di ogni persona era senza dubbio la rivoluzione del secolo. Quei cataloghi dicevano a chiunque li sfogliasse soprattutto: Guarda; siamo nella rivoluzione industriale - un processo che ha trasferito il centro dell'attività produttiva dall'agricoltura all'industria, dall'artigianato all'industria, ma soprattutto dalla produzione manuale a quella seriale.
La rivoluzione industriale è importantissima . È La chiave per capire questo periodo storico di vitale importanza per lo sviluppo sia dell'economia moderna,che del mercato.
L'industria diventa rapidamente il motore di tutto, trasforma tutti i livelli della realtà sociale, dalla struttura organizzativa delle aziende, ai prodotti stessi.
Ma la rivoluzione industriale portò anche energia, energia che fece muovere i treni, che a loro volta fecero accorciare le distanze tra le persone, nacquero inoltre spazi di lavoro immensi che sostituirono le piccole botteghe, l'uomo istituì un nuovo rapporto con la macchina, persino la concezione di tempo subì un importante trasformazione.
La trasformazione del tempo fu un passaggio importante perchè è strettamente legato alla nascita dell'industria culturale e in particolare con il cinema, quegli stessi cataloghi infatti oltre alle svariate merci che presentavano dicevano al lettore: è nata una nuova arte si chiama cinema, è tecnologica , riproducibile, accessibile a tutti, questo significò due cose importantissime: che esiste un nuovo tempo, un tempo libero dal lavoro, in cui si possono fare un sacco di attività - leggere, guardare film, fare foto, ascoltare musica, e puoi comprare tutti i prodotti adatti ad occupare a queste attività e dunque ad occupare questo tempo.
La rivoluzione industriale, specialmente nella sua seconda parte, è l'epoca del movimento, del suono, della luce, di immagini fisse e in movimento è l'epoca in cui si comincia a sentire l'esigenza del tutto percorribile, tutto visibile, tutto percepibile. Una rivoluzione che ha mutato il volto della città, la ha articolata in snodi di una rete complessa in modo che tutte le città cominciano in qualche modo ad essere collegate fra loro, non più entità singole autonome, si può dire che nasce il concetto di metropoli .
Non a caso infatti, proprio nella seconda parte di questa rivoluzione si assistono a rivoluzioni tecnologiche che affascinarono e stupirono il mondo intero:
  • 1844 - l'americano Samuel Morse inventa il primo mezzo di comunicazione elettronico - il telegrafo.
  • A partire dalla metà del secolo, si svilupparono le prime tecniche fotografiche: fu l'americano "George Eastman" a consentire la serializzazione della fotografia - quindi una concezione industriale - attraverso l'introduzione sul mercato della pellicola flessibile su celluloide . È l'anno della rivoluzione kodak: da professione di pochi, la fotografia diventa hobby di molti.
  • Nel 1874, il francese Baudot inventa la telescrittura, un evoluzione del telegrafo, che consente di trasmettere messaggi composti non in codice, ma in chiaro, cioè in modo immediatamente leggibile.
  • Nel 1875, vengono introdotte in editoria delle macchine per la stampa e piegatura in grado di funzionare alla velocità di 400 fogli al minuto.
  • Più o meno simultaneamente, due americani - Bell e Edison brevettano due straordinarie invenzioni: il telefono e la lampadina (1876). Entrambe stupiscono il mondo, soprattutto non sono fini a se stesse, ma inglobano già l'idea di rete, l'idea di un progetto al contempo economico e sociale.
  • L'ultimo decennio del secolo è monopolizzato dalle macchine capaci di riprodurre immagini in movimento: nel 1895 i fratelli Lumière presentano a Parigi il loro cinematografo. E nello steso anno Guglielmo Marconi sperimenta la trasmissione di messaggi in codice morse sfruttando le onde elettromagnetiche nell'etere. È il cosiddetto telegrafo senza fili, è il primo passo verso la radio.

A livello comunicativo poi, si cominciò a sentire il bisogno di mettere in contatto diretto l'uomo e la merce attraverso un luogo o dei luoghi ben precisi, emerge dunque sempre più il concetto di esposizione, di messa in scena con una conseguente rivalutazione e riscoperta del popolo che si trasforma in pubblico.
Per capire bene questo passaggio, ancora una volta il testo ci porta indietro nel tempo, questa volta, ci riporta fino all'antica Grecia, quando il nucleo della vita cittadina si chiamava Agorà.
L'Agorà era il perfetto punto di incontro fra la cosa pubblica e gli affari privati, centro reale della città e della vita cittadina, era il catalizzatore di tutte le funzioni: politica, religiosa, economica e giudiziaria. Ma era anche il luogo di feste, giochi, associati nella maggioranza dei casi, ad occasioni di culto e ad eventi naturali, dove i commerci trovano occasione di grande prosperità, luogo di raccolta e di scambio fra la domanda e l'offerta delle merci, le quali - in virtù di tante presenza simultanee - entrano in relazione dialettica con la realtà nel suo complesso. Ed è proprio su questo rapporto, determinato e regolato dalle occasioni e dalle costanti e progressive evoluzioni della vita pubblica e religiosa, che si fonda una delle caratteristiche più importanti del mercato: " la capacità di adattarsi tempestivamente e costantemente alla realtà in mutamento".

Ma anche il concetto di agorà è cambiato e mutato più volte nel corso dei secoli, ogni città di ogni epoca storica sviluppò un rapporto diverso con il pubblico, con la vita cittadina:

Nel foro romano, per esempio, sebbene fosse ancora un luogo affollato e generalista , e dunque per certi versi ancora simile all'agorà , in realtà possiamo già notare alcune differenze sostanziali. Innanzitutto lo spazio è cresciuto, è diventato più grande e maggiormente strutturato. Agli edifici dedicati al culto si affiancano gli edifici destinati all'attività politica, quest'ultima muta la propria funzione, perdendo quella dimensione pubblica tipica dell'agorà e comincia ad assumerne una rappresentativa. Ai banchi del mercato si sono sostituite le botteghe dotate di insegne esterne, cui è demandata una funzione informativa - " qui si vende questo" - ma anche una funzione comunicativa - " questa merce è la migliore". Il foro romano diventa anche lo spazio ideale della propaganda, sede di comizi, di campagne elettorali, affiancando alla qualità di luogo pubblico delle decisioni, la nuova qualità di luogo pubblico della promessa.


Nel medioevo invece troviamo una società dalle gerarchie forti, dalla mentalità chiusa e sospettosa. La piazza diventa luogo della convivenza dei due poteri regnanti, quello politico e quello religioso. Il primo rappresentato dal palazzo del governo, il secondo dalle immense cattedrali. La città dunque, si svuota della maggior parte delle sue funzioni pubbliche, persino la ritualità trasloca al coperto, al fuori delle feste si sostituisce il dentro della liturgia cattolica. La piazza si trasforma da centro della vita sociale e relazionale a luogo, dove recarsi per svolgere attività molto precise e circoscritte: partecipare alla messa, acquistare al mercato. La vera caratteristica della piazza medievale è proprio questa sovrapposizione fra luogo della pratica religiosa (interna) e luogo della pratica mercantile (esterna). Lo spazio sacro della cattedrale è anche sede del mercato ed è proprio nelle occasioni delle festività religiose che si verifica questa sovrapposizione totale, fra religione e mercato: " il massimo e più alto momento di culto coincide col massimo momento del commercio".


Nel rinascimento invece , si rafforza sempre più il concetto di piazza, anzi di più piazze, ma non in tutte era ovviamente possibile la rappresentazione dei poteri.Infatti il potere religioso si rafforza sempre di più, si moltiplica, perché le piazze vengono costruite proprio attorno alle chiese, il potere politico invece resta circoscritto ad un solo luogo, la piazze principale della città. La piazze dunque, non è più il punto di riferimento centrale della città, ma solo di una parte di essa. La moltiplicazione delle chiese produce un vertiginoso aumento di ricorrenze sacre - non più solo la festa del santo patrono - ma anche quella dei santi cui la chiesa è intitolata - e un conseguente aumento dell'occasione mercantile. Cosicché la fiera legata alla festività del santo patrono, che nel medioevo era l'unico evento, diviene l'evento degli eventi, il momento do socializzazione del'intera città, il momento del massimo splendore mercantile e del confronto e dello scambio con il resto del mondo. Questa funzione scenica e rappresentativa esplode in età barocca, la piazza si trasforma in luogo della messa in scena, dove i legami fra i cittadini e le funzioni rappresentative tradizionali della piazza sono mediati da nuovi elementi simbolici.


Nel tardo settecento, poi, nella città emergono due caratteristiche specifiche: la dotazione di servizi all'interno della città - primi fra tutti quelli igienici, e la razionalizzazione dei flussi di traffico. Dunque la circolazione di mezzi e di persone all'interno delle città. La piazza si trasforma da luogo di raccolta delle persone a luogo di convergenza e smistamento delle arterie stradali. La piazza diviene nodo, non più luogo vuoto da riempire di giorno con il mercato, ma luogo sempre pieno di transito, le chiese perdono la funzione di polo di attrazione e di direzione dei flussi della piazza.


Nella città ottocentesca i mercati destinati alla vendita al dettaglio trovano una collocazione diversa dalla piazza e vengono spostati in aree coperte, generalmente ai margini dei quartieri. Nascono i mercati generali, destinati all'ingrosso, all'approviggionamento delle nuove botteghe alimentari che in ogni strada iniziano a nascere, affiancandosi alle botteghe artigianali tradizionali. Con la dislocazione dei mercati in aree differenti dalle piazze, la vita della città non coincide più con quella della piazza, la quale, persa la funzione spettacolare e rappresentativa a seguito della sua trasformazione in nodo, perde anche la funzione comunicativa di luogo di scambio interpersonale fra i cittadini e i forestieri. Ma anche le merci, in un primo momento, perdono la propria dimensione spettacolare: meno esposte alla vista, rinchiuse all'interno delle botteghe o dei mercati coperti. È una fase in cui il rapporto fra cittadino e merci è del tutto stravolto: non è più la merce che con la propria visibilità va incontro allo sguardo degli uomini, ma lo sguardo a dover ricercare la merce. La vetrina offre un nuovo possibile equilibrio, ponendosi come punto di confluenza fra sguardi e merci.
Le cose cambiano quando si comincia a sentire il bisogno di una nuova dimensione comunicativa, un nuovo centro che trasferisca le dinamiche dei flussi comunicativi e relazionali da un ambito fisico locale ad un ambito virtuale cosmopolita. Nell'ottocento, e in particolare a Parigi , sotto la guida del prefetto Haussmann, la città viene vista direttamente come merce, si apre alla speculazione del grande capitale finanziario, si concepisce la metropoli, a differenza della città, come terreno della lotta di classe. Tutto l'impianto della metropoli, viene visto, dal punto di vista dell'interesse capitalistico.
A dare un ulteriore svolta a questo periodo, furono senza dubbio le grandi esposizioni nazionali e in seguito quelle universali. Che recuperano, estendendole alle merci, la relazione visivo-sentimentale del pubblico con la realtà e la dimensione teatralizzata e simbolica che aveva caratterizzato la piazza barocca. Ma recuperano anche quella concezione di spazio vuoto da riempire, di luogo che acquista senso e significato solo grazie alle presenze che lo popolano. Attraverso questo doppio meccanismo di spettacolarizzazione le esposizioni universali, recuperano l'antica relazione visiva fra individuo e mondo esistente - tipica dell'agorà. E la attualizzano creando una consapevolezza della centralità della visione. "L'illusione di vedere il mondo venire a noi".



Il grande magazzino:
Nel 1852, Baucicout inventa il grande magazzino, un'intuizione geniale, sia dal punto di vista economico -gestinale, che soto il profilo psicologico - emozionale. Sperimenta una nuova modalità dialettica con il cliente/spettatore, da un lato liberandolo dall'obbligo dell'acquisto e dall'altro spingendolo verso di esso con un sottile gioco di seduzione. A differenza della bottega, il grande magazzino si sviluppa su una superficie molto estesa e spesso distribuita su più piani del medesimo edificio, tale da consentire di ottimizzare e soddisfare la necessità/desiderio del cliente di instaurare un rapporto diretto fra il proprio sguardo e la merce. L'accesso ai singoli prodotti non è mediato da alcuna presenza umana, ma regolato dalle modalità del self-service, le quali se da un lato lasciano libero il cliente, dall'altro lo responsabilizzano, stringendo con lui un rapporto di mutua fiducia, ulteriormente rafforzato dalla possibilità di cambiare la merce acquistata, e dall'istituto del prezzo fisso e visibile, elemento di democrazia - è lo stesso per tutti, e di riservatezza, poichè consente a ciascuno la verifica delle proprie possibilità economiche, la comparazione con i prezzi di altri esercizi commerciali e la conseguente libertà di non acquisto, tuto questo imbriglia il cliente-spettatore in una ragnatela di seduzioni, e di fascinazioni che lo legano emotivamente alla merce e che lo inducono ad agire di istinto, ad afferrare quegli oggetti di desiderio - così vicini e raggiungibili, e ad acquistarli subito.

L'industria culturale e la scoperta del pubblico:


Il XIX secolo è l'epoca della scoperta del pubblico, ma soprattutto è l'epoca in cui a seguito della prima rivoluzione industriale, si avvia una progressiva industrializzazione della cultura, ponendo le basi per la moderna industria culturale. Da un lato abbiamo l'organizzazione industriale con tutte le sue regole, dall'altro, il ruolo decisionale centrale del produttore (impresario, editore, ecc.), e il pubblico come risorsa primaria, sia in termini di indotto economico, che in termini di elemento centrale per la costruzione di relazioni industriali. Ovvero: per la nascita di una concezione moderna di pubblicità.
Nell'industria culturale, le merci, sono merci culturali e la caratteristica principale di quello che noi chiamiamo editore, sta nel rinnovamento continuo della propria offerta. Tuttavia in questa epoca l'industria culturale si trova nel bel mezzo di una contraddizione: il bisogno di novità da un lato e la standardizzazione della produzione dall'altro. Nonostante ciò non può sopprimere nessuno di questi due elementi, dunque la domanda sorge spontanea: " come si fa a coniugarli insieme?"
La risposta è - inventando il pubblico.
IL pubblico gioca un ruolo centrale in questo periodo e acquista un duplice significato: per pubblico si intende sia il fruitore del bene che i luoghi stessi della fruizione. In questo senso le merci culturali. sono soprattutto comunicazione: influenzano le relazioni fra gli uomini e lo spazio in cui essi operano, le relazioni sociali, la vita intima di ciascun individuo.
In quest'epoca il cinema ebbe un ruolo importante soprattutto dal punto di vista industriale: sia i produttori di macchine per il suono che quelli di macchine per immagini furono impegnate anche sul fronte della produzione dei supporti - pellicole, dischi. la vendita delle prime è legata alla vendita dei secondi. È soprattutto una questione di massimizzazione degli utili da perseguire attraverso l'induzione del principio di necessità nel pubblico: per raggiungere tale scopo si utilizzano due strategie congiunte: l'abbattimento dei costi dell'hardware e la pubblicità come strumento per stimolare desiderio.
Ciò che colpisce di questo secolo è la volontà di costruire un industria della cultura fondata innanzitutto su un soddisfacimento sensoriale il più vicino possibile a quello raggiungibile in natura.
Per quanto riguarda invece l'editoria, con la nascita delle prime testate giornalistiche, i giornali furono più orientati a produrre profitti, piuttosto che sostenere un ideale o una causa politica e assumono una struttura organizzativa che ricalca il modello industriale manifatturiero. Ma anche lo stesso prodotto editoriale - il giornale - si conforma alla logica industriale, in modo da soddisfare le esigenze di un pubblico più ampio. Da un lato un flusso di notizie organizzato tematicamente: cronoca, interni, estero, impaginato in modo che il lettore possa scegliere e riconoscere, grazie a collocazione, uso e stili dei caratteri. Dall'altro, le rubriche fisse, utili a fidelizzare e a facilitare il reperimento delle informazioni. Anche qui due elementi colpiscono:
  • Una concezione dell'organizzazione del prodotto affidato alla grafica, quindi a stimolare la vista come senso primario della percezione.
  • L'attenzione prioritaria al pubblico.

Tutto questo meccanismo di matrice prettamente industriale fonda il proprio funzionamento su due elementi imprenscindibili e strettamente connessi, ma nello stesso tempo contraddittori: " l'aumento delle vendite sono per buona parte determinati da una politica di prezzi bassi, l'ottenimento dei quali, però, può essere raggiunto solo con un aumento della produzione. Detto in parole povere: per avere molto pubblico debbo praticare prezzi bassi, ma per praticare prezzi bassi devo avere molto pubblico.

La pubblicità nell'editoria:

Per sua natura il quotidiano si presta ad accogliere inserzioni pubblicitarie, col giornale industriale dunque, la pubblicità esplode nelle pagine interne, ne determina in qualche modo la grafica, si lega e si mescola sempre più al contenuto giornalistico. Significa inserirla nel flusso di notizie, costringendo il lettore a prenderla in considerazione.
Gli editori dell'editoria libraia, strutturano la propria produzione in linee editoriali tematiche: è la nascita delle collane, ciascuna contraddistinta da una propria grafica, ciascuna in grado di indirizzare la scelta del pubblico. Questo portò anche alla nascita dei cosiddetti generi moderni (western, poliziesco, ecc). Ma provocò anche dei cambiamenti nel lettor stesso: prima il libro era un oggetto di consumo collettivo - un volume veniva acquistato da gruppi di persone che se lo passavano fra loro o che lo fruivano attraverso la lettura ad alta voce di chi sapeva leggere. Con l'introduzione dei generi, delle tematizzazioni e della serializzazione si svilupparono due fenomeni:
  • La trasformazione in consumo individuale grazie ai prezzi bassi.
  • La fidelizzazione del lettore, volto sempre più, all'assunzione di un atteggiamento abitudinario, affascinato grazie ai generi - più dai meccanismi della narrazione, che dal suo contenuto.

Il teatro:

FRa le arti industriali, il teatro è la meno industriale di tutte sotto il profilo tecnologico ma è la pià industriale di tutte sul versante organizzativo e strutturale. Soprattutto è ad esso, che nell'ottocento, va forse attribuita la scoperta del publico. Niente è più di massa del teatro, niente è più standardizzato, niente è più segmentato. Tutto si risolve, appunto, in meccanismi atti a suscitare reazioni estreme: risate, pianti,tensioni, in altre parole il publico acquista una merce molto particolare e precisa; acquista emozioni.
Inoltre nel teatro sono presenti dellecaratteristiche organizzative e comunicative che ricordano quelle del grande magazzino:
  • Come nel grande magazzino, anche nel teatro sono presenti simultaneamente una quantità di merci adatte a tutti, le cui strategie di seduzione sono volutamente visibili.
  • Come il grande magazzino facilita l'acquisto impulsivo, così il teatro ottocentesco stimola impulsivamente le emozioni.
  • Come l'atto d'acquisto diviene egoistico e teso a soddisfare un bisogno nato lì per lì, così il teatro è utile a riempire l'emozione, a dotarla della cifra che lo spettatore richiede.

IL teatro ottocentesco è un teatro urbano, adeguato ai ritmi della metropoli, alla nuova concezione di mobilità interna e di flusso. Alcune sale inaugurano lo spettacolo continuato. Lo spettatore può entrare in qualsiasi momento e in qualsiasi ora della giornata. La frammentarietà consente una fruizione parziale e tuttavia completa. Soprattutto rappresenta pienamente il concetto di flusso. Ma evidenzia anche una nuova peculiarità che cambierà radicalmente il concetto di consumo culturale: ossia la necessità del pubblico di adeguare i tempi e i ritmi degli spettacoli al proprio tempo libero. È in questa fase che il tempo libero inizia ad assumere i contorni di un nuovo ambito lavorativo e produttivo da esplorare.
Tornando poi al discorso della pubblicità, oltre che sulle pagine dei giornali, esplode nelle strade delle nascenti metropoli. Ma già a partire dal 1860, le società concessionarie di spazi pubblicitari, iniziano ad offrire ai propri clienti anche la creazione del testo, l'impaginazione dell'annuncio. le illustrazioni. Si tratta di un primo nucleo operativo creativo, dal quale poi si svilupparono le agenzie di pubblicità vere e proprie.
Sin da subito la pubblicità è la rottura del flusso. perfettamente integrata in esso, si frappine improvvisamente all'occhio del lettore, del passante, dello spettatore, interrompendo il movimento naturale e perpetuo del flusso. La pubblicità serve a stupire, ad attrarre l'attenzione, a bloccare l'andamento normale delle cose. Essa deve esistere perchè esistono un pubblico e delle merci che a quel pubblico vogliono parlare.
Quello che è meno chiaro è che la pubblicità è contemporaneamente causa ed effetto della scoperta del pubblico. Nella metropoli ottocentesca, la pubblicità definisce pienamente il legame fra l'industria capitalistica e l'industria culturale: la seconda può ricavare utili grazie all'esistenza della prima, usando come strumento proprio la pubblicità, mentre la prima necessita della seconda perchè questa è il luogo della socialità e quindi in qualche modo deve ad essa la propria possibilità di accrescere profitto. D'altronde la pubblicità è il motore, il meccanismo moltiplicatore del pubblico, il catalizzatore primario della percezione urbana.
Qualcosa che, colto in superficie, giunge direttamente in profondità senza filtri, senza mediazioni. Nella sua ancora grezza e primitiva presenza, la pubblicità parla direttamente agli istinti.


Culture tecnologiche e tecnologie culturali- "L'industria americana":

Perchè la cultura industriale americana, ha preso il sopravvento su tutte le altre?
IL processo di trasformazione degli USA si concretizza subito nella produzione seriale. Un'idea senza dubbio geniale, basate e generata da due presupposti, uno di ordine culturale e uno di ordine tecnologico.

IL presupposto culturale:

Gli USA sono una nazione giovane, con poco più di 500 anni di storia, e quindi non avevano una vera e propria identità culturale. Una nazione giovane, dunque, composta però - già attorno alla metà del XIX secolo da etnie molto diverse, ognuna della quali ha proprie tradizioni culturali le quali sono state culturalmente costrette a fondersi. Ma prima di arrivare a questo "unicum",
ci sono state due epopee, che hanno determinato la sua identità:
  • Quella dei padri fondatori: - di coloro che avevano guidato la rivoluzione e che avevano consentito l'indipendenza dal'Inghilterra e quindi dall'europa (1776).
  • Quella della guerra civile: - (1861-65), che aveva originato la fine dello schiavismo e la nascita della nuova società americana.
Fondandosi su queste due epopeee, la giovane nazione americana vive e si fortifica su due miti che resteranno costanti fino ad oggi nella sua storia: la democrazia e l'uguaglianza.
L'atto di abolizione della schiavitù, fu un segnale psicologico importantissimo, perchè consente, nei decenni immediatamente successivi, durante e dopo le grandi ondate migratorie, il "delicato equilibrio fra etnie e culture diverse".
Ma nonostante i miti di uguaglianza e democrazia, gli stati uniti soffrono comunque, per lungo tempo di una sorta di inferiorità rispetto all'Europa, inferiorità che è soprattutto di ordine politico ed economico.
Dal punto di vista politico, un primo passo lo compie il presidente Monroe nel 1823, che dichiara che gli USA possono permettersi di divenire garanti della libertà e della democrazia di tutte le nazioni del continente americano, in quanto la loro esistenza come stato fu determinata da una rivoluzione che scacciò gli europei dai territori americani. Dal punto di vista economico gli stati uniti iniziano ad individuare fermamente la propria vocazione nel corso della guerra di secessione, che oppone gli stati del nord industriali - a quelli del sud agricoli e latifondisti.
E certamente vero che la scintilla della guerra (l'abolizione della schiavitù) fu sostenuta da una forte spinta idealistica, ma è altrettanto vero che tale nobile azione abrogativa fu determinata per lo più dalla necessità di liberare forza lavoro (chi meglio dei neri?), da impiegare nelle industrie del nord. Per farlo l'abolizione del regime schiavistico si rendeva necessaria.
Questi due momenti rappresentano delle tappe fondamentali per l'emencipazione della nazione americana. Il primo sancisce la nascita degli stati uniti come potenza militare e politica; il secondo segna l'affermazione del pragmatismo americano: l'industrializzazione è giusta e rappresenta il futuro e pur di raggiungere questo scopo pagheremo il prezzo di una guerra civile dilaniante, che - manco a farlo apposta - è la prima guerra moderna, in cui l'industria pesante mostra tutta la propria potenza di produzione.
Ma il 12 luglio del 1893 - un giovane storico di nome frederick Jacson Turner, formula l'ipotesi della frontiera. Che diventa il terzo mito costante nella storia degli USA: se gli USA esistono, ciò non dipende da germi di libertà portati dagli europei, ma dalla specificità del territorio americano, dall'enorme quantità di terre selvagge che sono lì, al di là dell'orizzonte, nel west, riserva senza fine di ricchezze e di possibilità di arricchimento. Questo è lo spirito di frontiera, quella spinta ad andare sempre avanti e non fermarsi di fronte all'ignoto. Spirito di frontiera significa dunque individualismo, iniziativa,democrazia, una democrazia naturale, generata spontaneamente dalle condizioni di vita esistenti sul territorio.
Con la tesi della frontiera, gli USA rimuovono il senso di inferiorità nei confronti dell'europa e si inventano una specificità di razza e dunque un'identità nazionale retta sui principi di democrazia, uguaglianza,iniziativa individuale, ovvero: "libertà".
Continua.......(il post sarà finito entro il 2 febbraio- si pregano i gentili lettori di pazientare un pò).