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Che cos'è il determinismo tecnologico?

Quando un prodotto dell'uomo si oggettivizza, va incontro ad alcune conseguenze di carattere generale: cioè la società si comincia a ristrutturare in base ad una innovazione rivoluzionaria che è avvenuta. In questo senso si parla dunque di determinismo tecnologico: ossia, l'interpretazione della società sottoforma di evoluzione tecnologica; o meglio l'organizzazione e la struttura di una società è determinata dalla tecnologia dominante. L'uomo e le sue tecnologie non vanno intesi in modo separato tra di loro, ma sono gli uomini e le società che interiorizzano delle tecnologie e di conseguenza il modo di rapportarsi a loro, avvengono cioè delle vere e proprie trasformazioni di carattere "psicosensoriale".
In questo senso l'uomo diventa un prodotto delle tecnologie che egli stesso produce.

è la figura più imponente nel panorama della riflessione sui media. La sua opera più importante è senz'altro: Galassia Gutemberg, che ricostruisce la nascita dell'uomo tipografico, ovvero in modo in cui l'adozione della tecnologia della stampa a caratteri mobili ha plasmato il nostro modo di percepire e comprendere il mondo, dando vita alla civiltà moderna. Ma prima di parlare di questo è di fondamentale importanza dire che ciò che accomuna Mc Luhan al suo stimato collega Innis è l'idea secondo la quale Il medium è il messaggio:
cioè non è tanto importante studiare i contenuti del mass-media come film, pubblicità ma l'aspetto più importante risiede nel medium stesso e nel condizionamento profondo che, in virtù delle sue caratteristiche tecnologiche, opera sui nostri modi di percepire e pensare il mondo; è il medium quindi che controlla e plasma le proporzioni e la forma dell'associazione e dell'adozione umana. I contenuti invece di questi media, possono essere diversi, ma non hanno alcuna influenza sulle forme dell'associazione umana.
L'effetto del medium è rafforzato dal fatto di attribuirgli come contenuto un altro medium, cioè il contenuto di un medium è sempre un altro medium: ad esempio, il contenuto della scrittura è il discorso. Alla domanda, qual'è il contenuto del discorso?, si deve rispondere, che è un processo mentale in se stesso non verbale.
L'autore fa poi un importante distinzione tra medium caldi e medium freddi

  • Medium caldi (Radio, cinema e TV)
  • Medium freddi (telefono, libro)
Il medium caldo è quello che estende, un unico senso fino allo stato in cui si è abbondantemente colmi di dati. Il telefono invece è un medium freddo, perchè attraverso l'orecchio si riceve una scarsa quantità di informazioni, e altrettanto dicasi, ovviamente di ogni espressione orale rientrante nel discorso in genere, perchè offre poco ed esige un grosso contributo da parte dell'ascoltatore. I media caldi invece non lasciano molto spazio che il pubblico debba colmare o completare; comportano perciò una limitata partecipazione, mentre i media freddi implicano un alto grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico.

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I Supporti della comunicazione: (Harold Adams Innis)
"
Innis" è senza dubbio il capofila di quel filone di studi a cui si fa talora riferimento come "scuola di toronto", caratterizzato da una particolare attenzione alla natura dei medium più che ai messaggi da essi veicolati e da un più o meno marcato "determinismo tecnologico".
L'idea centrale su cui poggia Innis, è che la comunicazione della conoscenza costituisce la base delle relazioni sociali ed economiche tra gli uomini. Cominciò dunque a studiare il modo in cui i supporti della comunicazione che si sono succeduti nel corso dei secoli. Egli capì infatti, che senza la carta, cioè senza libri, giornali, registri contabili e certificati azionari, l'economia contemporanea non avrebbe potuto funzionare, e addirittura non sarebbe mai potuta nascere. Senza la carta non avremmo mai assistito al sorgere dell'economia mercantile. Dunque bisogna concluderne che nella società moderna la carta è la tecnologia di base che determina lo sviluppo economico complessivo. Così come prima di essa, la pergamena , il papiro. l'argilla. la pietra e così via.. hanno dato vita a diverse forme di organizzazione economica e politica.

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Innis, spiega come le forme e gli strumenti della comunicazione sono caratterizzati da un inclinazione per lo spazio o per il tempo: cioè esistono media che pongono l'accento sullo spazio e sono caratterizzati da materiali leggeri e facili da trasportare e poi ci sono i media che enfatizzano il tempo, che invece sono fatti di materiali pesanti, più difficili da trasportare, ma per questa stessa ragione sono più resistenti e durevoli. I primi tendono a rafforzare il potere politico, permettendo la circolazione delle informazioni su vaste aree e facilitando in tal modo il sorgere di complesse organizzazioni burocratiche; i secondi favoriscono l'accentramento del sapere - e quindi del potere nelle mani di una casta privilegiata, rafforzando dunque i monopoli ecclesiastici e le istituzioni religiose.
Sulla base di queste idee, Innis , ha ricostruito la storia dei grandi imperi - dal punto di vista dell'evoluzione delle tecniche di comunicazione. L'autore comincia la sua analisi dall'Egitto faraonico, caratterizzato dalla compresenza di due media di natura tendenzialmente opposta: la pietra e il papiro. La pietra, un materiale difficilmente trasportabile in ragione del suo peso, riduce al minimo la circolazione delle informazioni favorendo in tal modo l'accentramento del potere in una monarchia assoluta. Il papiro, al contrario, è un supporto estremamente leggero e trasportabile, tale da consentire una maggiore circolazione della conoscenza. Tuttavia, la complessità della scrittura geroglifica portò al monopolio di una classe sacerdotale, quella degli scribi, i soli in grado di padroneggiarla. Il conflitto tra potere monarchico e potere sacerdotale si risolse quindi in favore della religione - e dell'asse del tempo.
A causa della pesantezza della creta e dell'altissima complessità della scrittura cuneiforme, anche gli imperi babilonesi furono a lungo dominati da una casta sacerdotale. Solo l'introduzione della pergamena, un mezzo leggero, facilmente trasportabile, e la semplificazione dell'alfabeto minarono il monopolio sacerdotale, portando gradualmente alla creazione di un sistema amministrativo e all'affermarsi delle città commerciali, che per prime adottarono l'alfabeto.

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Secondo l'autore tutto cambiò con l'avvento della carta (ovviamente non quella che vedete a sinistra, nonostante la sua indispensabile utilità) dopo l'anno mille, che unitamente all'adozione , secoli più tardi, della stampa a caratteri mobili, fu all'origine di una delle svolte capitali nella storia dell'occidente.
La carta, è un supporto estremamente leggero e trasportabile, ha enfatizzato il governo sullo spazio e facilitato la formazione di ampie e capillari burocrazie, alle origini del moderno stato-nazione. La stampa a caretteri mobili, introducendo la riproducibilità su vasta scala del sapere , ha svincolato quest'ultimo dal monopolio degli amanuensi e dei copisti. La tecnologia di gutemberg ha reso inoltre possibile l'affermarsi di un opinione pubblica borghese, e come conseguenza più indiretta, il sorgere del nazionalismo, che avrebbe dominato la storia ottocentesca.

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Bias è una parola che si può tradurre in "propensione tendenziosa". Il bias circoscrive la proprietà specifica di un medium. E in quanto proprietà, il bias di un mezzo di un mezzo di comunicazione segna la demarcazione tra quello che un medium può fare e quello che non può fare. Il concetto di bias racchiude in se non soltanto la piena originalità della teoria di Innis, ma anche il senso della sua utilità per la riflessione attuale sui media. Bias indica "il pregiudizio" oltre che "l'influenza deformante".

L'influenza deformante:
è la propensione di un medium per il governo dello spazio o per la vittoria sul tempo e struttura in maniera profonda i caratteri della civiltà in cui è adottato.

Pregiudizio:
Se i media danno la loro impronta all'aspetto complessivo di una civiltà, condizionano anche i sistemi di pensiero nati all'interno di essa. Per questa ragione, è impossibile una conoscenza oggettiva e non parziale di altre civiltà, sottoposte all'influsso di altri media dominanti.

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L'enorme espansione dell'industria della stampa e l'affermazione della libertà di espressione, favorirono la nascita dei monopoli, ed intensificarono i sentimenti nazionalisti.
Tutti questi cambiamenti provocarono delle profonde conseguenze sul destino degli imperi: la concentrazione di un mezzo di comunicazione porta con se un condizionamento nello sviluppo culturale della civiltà, che di conseguenza sarà interessata o all'importanza dello spazio e quindi dell'organizzazione politica, o al tempo e quindi dell'organizzazione religiosa.
L'introduzione di un secondo medium tende a frenare l'influenza del primo, e a creare le condizioni adatte alla crescita dell'impero.
L'impero bizantino da esempio, emerse da una fusione tra gli effetti del papiro sull'organizzazione politica e gli effetti della pergamena sull'organizzazione ecclesiastica. Il dominio della pergamena ha portato, nella storia dell'occidente, al monopolio dell'organizzazione ecclesiastica, che a sua volta provocò l'introduzione della carta, favorevole invece allo sviluppo delle istituzioni politiche. Con l'avvento della stampa, la carta facilitò lo sviluppo effettivo dei vernacoli, e diede espressione alla loro vitalità nella crescita del nazionalismo.
L'adattabilità dell'alfabeto alla produzione industriale su larga scala, diventò la base dell'alfabetizzazione, della crescita della pubblicità e del commercio. Il libro, quale prodotto specializzato della stampa, e successivamente il giornale, rafforzarono la posizione della lingua come base del nazionalismo.
La capacità di sviluppare un sistema di governo in cui l'influenza della comunicazione possa essere controllata, ed in cui sia possibile raggiungere una gestione equilibrata dello spazio e del tempo, rimane il problema di tutto il mondo occidentale.

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I mezzi di comunicazione moderni, hanno determinato una progressiva erosione dell'importanza del tempo come durata storica a vantaggio di un suo appiattirsi sull'istante.
Se la stampa attribuiva ancora una grande importanza alla durata dell'informazione nel tempo, la radio afferma il primato del presente e lo impone anche ai media tradizionali: le richieste dei nuovi mezzi di comunicazione vennero imposte sui mezzi di comunicazione più vecchi, cioè il giornale e il libro. Con questi forti sviluppi il tempo fu distrutto e divenne sempre più difficile raggiungere la continuità o richiedere di considerare il futuro.
L'effetto disastroso del monopolio della comunicazione basato sull'occhio accelerò lo sviluppo di un concorrenziale tipo di comunicazione basato sull'orecchio, con la radio e con l'abbinamento del suono al cinema e alla televisione. Lo stampato cedette il passo in efficacia alla radiodiffusione e all'altoparlante. I capi politici furono in grado di appellarsi direttamente ai votanti e di costruire la pressione dell'opinione pubblica sull'assemblea legislativa.

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La mediologia aspira ad essere lo studio delle mediazioni attraverso le quali un idea diviene forza materiale. Insomma è un metodo che cerca di cogliere il legame che unisce l'evoluzione delle idee e delle credenze con lo sviluppo di macchine e strumenti, in special modo della comunicazione. Si può parlare allora, di una sorta di materismo, delineando così la possibilità di studiare anche la storia delle istituzioni sulla base dei media che ne hanno modellato la struttura. La mediologia dunque aspira a riconciliare la cultura con le sue basi materiali.
Per far questo però, è necessario sgombrare il campo dai 5 dragoni che si frappongono fra noi e la tecnica, impedendoci di comprenderla correttamente:
  • Il dualismo ontologico - che ci porta a vedere spirito e materia come una coppia di opposti.
  • Lo spiritualismo antitecnico- che ha portato per più di un secolo molti pensatori a scorgere nella tecnologia un'occasione di salvezza o un rischio di dannazione.
  • L'umanismo - che vede un soggetto sovrano che sovranamente si serve dei suoi docili strumenti.
  • L'individualismo - che tende a svalutare l'influenza che i supporti esercitano sulle idee che veicolano
  • Il modernismo - secondo cui la diffusione delle tecnologie comprime lo spazio del simbolico, rendendo residuali e irrilevanti i fenomeni religiosi.

La mediologia intende inoltre essere una sorta di ecologia dell'ambiente mediologico, che debray riassume nel concetto di "mediasfera".

Le tre mediasfere:

La logosfera - corrisponde al periodo in cui l'oralità è imponente, ma sostanzialmente domina la scrittura a mano.

La grafosfera - contrassegnata dalla stampa, vede l'aumento del numero di scritti che incentiva una lettura privata e la definizione di un individuo razionale ed al centro del mondo.

La videosfera - Figlia dei media audiovisivi, si instaura invece con la fagocitazione (assorbimento) di ogni realtà nell'ambito del visivo, allorquando l'abbondanza incontrollata di immagini scandisce il vivere sociale.

Inoltre secondo Règis Debray le tre cesure mediologiche dell'umanità, vale a dire la scrittura; la stampa; e l'audiovisivo, corrisponderebbero a tre regni distinti di immagine:
  • L'idolo (associabile alla logosfera) - con esso si mette in opera uno sguardo senza oggetto, in quanto esso si pone come semplice traduttore di istanze trascendenti. "teocrazia".
  • L'arte (associabile alla grafosfera) - l'arte pone il soggetto dietro lo sguardo: sottolineando la centralità dell'uomo anziché del divino. "ideocrazia".
  • L'audiovisivo (associabile alla videosfera) - caratterizzato dalla TV e dal flusso incessante di immagini ed informazioni digitalizzate. Con il visivo si può parlare a pieno titolo di una visione senza sguardo "videocrazia".

Perchè si parla di visione senza sguardo?

La risposta a questa domanda è: a differenza del cinema, l'immagine in tv sembra essere originata dallo schermo stesso, cioè è un emozione diretta della realtà. Grazie al suono e al colore si amplifica a dismisura l'idea di trovarci di fronte all'impronta del reale. Così facendo secondo Debray non solo si annulla il concetto di spettacolo, ma sostiene che questo far vedere tutto vuol dire in sostanza far vedere niente.


TV democratica o antidemocratica?

Secondo Debray, si può considerare la TV organo di democrazia per l'accesso generalizzato e diretto all'informazione, e allo stesso tempo una tecnica antidemocratica perchè rende passivo il soggetto, gioca sulla credulità che l'immagine indiziale definisce, personalizza il potere, non dà a tutti le stesse possibilità di gestire il flusso di informazione, depotenzia quindi i contenuti a vantaggio dell'apparenza.

Le conseguenze della videosfera:

La videosfera appare secondo l'autore, come un habitat di una società cinica, disordinata, priva di solidi legami sociali e di valori stabili, schiava del presente ed incapace di partorire argomentazioni razionali. Secondo Debray con la TV l'individuo va incontro a varie forme di inattitudine:
  • Inattitudine alla negazione - porta alla formazione di spiriti incapaci di cambiare il mondo poichè incapaci di concepire argomentazioni contrapposte.
  • Inattitudine alla generalità - si sarà attenti agli individui, alla singolarità del vivente, ma anche privi di ancoraggi collettivi, di riferimenti simbolici condivisi.
  • Inattitudine all'ordinamento - ossia la capacità di gestire le situazioni con versatilità e scioltezza, ma anche l'assenza di vigoroso spirito critico.
  • Inattitudine alla flessione temporale - saremo esseri senza memoria , esseri che vogliono tutto e subito.


Interazione fra stato e videosfera:

Con l'avvento della videosfera e in particolare della TV, grazie alla quale si è passati da una "civiltà simbolica" ad una "civiltà indiziale", non solo è cambiata la percezione della realtà in quanto tale, ma ha cambiato radicalmente la dinamica politica e della vita pubblica, insomma Debray si trova di fronte uno "stato immagine" debole e falso, che invece di governare si vede costretto a sedurre per rincorrere il consenso popolare. La televisione definisce i canoni figurativi, estetici che "l'uomo di stato" deve possedere, a prescindere dalle qualità governative effettive.


Inoltre Debray ad ogni mediasfera associa una tipologia statale:
  • La logosfera - ha portato allo stato fabulatore, aiutato dalle pratiche ecclesiastiche di istruzione e formazione del consenso.
  • La grafosfera - ha portato alla nascita dello stato educatore, in cui la scuola tende a creare le basi simboliche di adesione ai principi condivisi e legittimanti il corpus sociale e la gestione dell'autorità.
  • La videosfera - ha reso possibile lo stato seduttore, cioè una sorta di telestato che cerca il consenso tramite strategie pubblicitarie ed in cui è l'opinione pubblica a legittimare l'autorità. L'uomo di potere oggi si concentra in un isterico tentativo di risultare simpatico, telegenico. Allora la seduzione non avviene sulla base di capacità governative, o sulla forza delle idee ma avviene sulla personalità apparente, o cercando di far leva su un umanitarismo di facciata.

Debray sostiene che ogni mediasfera ha la sua magia politica preferita:
  • La logosfera sfrutta il verbalismo; dove la parola funge da atto.
  • La grafosfera sfrutta il dottrinarismo; quando la tesi giusta basta a far cantare vittoria.
  • La videosfera sfrutta il mediatismo; quando la mediatizzazione sostituisce il messaggio.

Oggi la videosfera ha portato l'individuo ad una confusione tra il "reale e il "visibile". "io vedo" ha sostituito "io comprendo" .

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Scritto da Paolo Mele

Médiologie e mediologia, per come quest'ultima viene intesa e studiata dalla scuola internazionale ed italiana, non sono la stessa cosa. Ce lo spiega in un'intervista esclusiva Régis Debray, filosofo e mediologo francese. Personaggio conosciuto più per i suoi trascorsi storici che non per gli approfonditi studi sulla médiologie. Al fianco di Che Guevara nella rivoluzione in Bolivia, Debray fu fatto prigioniero dalle milizie boliviane e solo grazie all'intervento di De Gaulle fu liberato. Tornato in Francia dopo l'esperienza boliviana, l'intellettuale francese inizia a maturare una forma di rispetto nei confronti di uno Stato forte e autorevole, tanto da prendere parte anche lui alla vita politica con l'accettazione dell'incarico di consigliere del Presidente Mitterand. Ne uscirà deluso dopo aver constatato la debolezza e la falsità di uno Stato immagine, che invece di governare si vede costretto a sedurre per rincorrere il consenso popolare.

Oggi Debray oltre ad essere direttore dell'Istituto Europeo in Scienze delle Religioni presso l'università di Paris IV dirige una neonata rivista trimestrale che si chiama Médium.

(prima parte)

Signor Debray, si può rintracciare una data o un contesto di nascita per la Médiologie?
Si, il 1979 "Le pouvoir intellectuel en France". Alla fine di questo libro annuncio l'emergenza di questa disciplina.

La médiologie è stata definita come una falsa scienza.
Non è una scienza. E non è né vera né falsa. É un campo di razionalità che non pretende la scientificità. Non considero che la sociologia sia una scienza; affinché si possa parlare di scienza è necessario che vi sia un sapere cumulativo e un consenso fondamentale tra gli imperativi di questa scienza. Dubito che le scienze sociali rispondano a queste caratteristiche.

Quindi potremmo considerare piuttosto la médiologie come una "forma mentis"?
Si come uno sguardo sul mondo. Più un modo particolare di conoscere che un dominio preciso di conoscenze.

Mediologia e médiologie: quali le differenze?
I Media possono essere considerati come un caso particolare di Mediazioni, le quali rappresentano l'interesse della mediologia. La mediologia, infatti, è lo studio delle interazioni tra tecnica e cultura o lo studio delle mediazioni della tecnica della cultura o lo studio delle conseguenze simboliche delle rotture tecnologiche. Quindi il dominio, o meglio, lo sguardo copre un campo molto più vasto
rispetto a quello dei mass media. La mediologia non è una sociologia dei media. La Mediologia rappresenta un modo di guardare la cultura dal basso e di mettere in relazione due domini di realtà generalmente sconnessi quali, da una parte, il campo delle "idéalités" o delle produzioni culturali e, dall'altra, il campo delle produzioni tecniche.

Qual è la differenza tra la vostra teoria e quella di Mc Luhan?
La teoria di Mc Luhan è incentrata soprattutto sui Mass Media, non é costruita razionalmente, è geniale da un punto di vista intuitivo ma non ha l'ampiezza storica e filosofica o antropologica della mediologia.

Voi avete comunque affermato che possiamo definire McLuhan come uno dei padri fondatori della médiologie.
Si, certamente è un padre che bisogna riabilitare. Mc Luhan è un poeta, non lo dico in senso peggiorativo. Lui è un poeta e noi dei prosatori.

Parafrasando Roland Barthes, si può dire che non si dà médiologie, scienza dei media, se essa non finisce per assumersi come medioclastia, distruzione e conflitto con e dentro i media?
No, la mediologia non è medioclastica; la mediologia vorrebbe astenersi dai giudizi di valore e vorrebbe descrivere delle tecniche dei mezzi, delle mediasfere
e non è affatto coinvolta in un combattimento contro i mass media; anche se privilegiando la trasmissione tenta di valorizzare le istituzioni, i corpi mediatori, ovvero la scuola, la chiesa, lo stato, i musei piuttosto che i mass media

Nel manifesto della mediologia del '99 lei sostiene la necessità che vi è tra la tecnica e la cultura. È come voler promuovere la cultura del saper fare? Come lo si potrebbe fare? A chi conviene meno che venga attuata questa "rivoluzione culturale"?
La mediologia non fa al caso degli idealisti e degli spiritualisti, anche se ho fatto io stesso degli studi di mediologia degli studi cristiani e notamente su dio, unico e personale (nel mio libro Dieu, un' itinere) in generale lo spiritualismo non ama che gli si ricordino le basi materiali della cultura. Cultura e tecnica sono generalmente viste come antitetiche.

In che modo, per lei, si differenziano informazione e comunicazione e dove si colloca la trasmissione?
La trasmissione è il trasporto dell'informazione nel tempo, la comunicazione è il trasporto dell'informazione nello spazio. L'informazione può essere definita attraverso un algoritmo,l'informazione è matematica, è l'inverso di una probabilità d'apparizione. L'informazione è un logaritmo. La mediologia è fondamentalmente una dottrina della trasmissione, non della Comunicazione.

In molti Paesi si alzano pesanti critiche alla Comunicazione. In Italia Perniola, un noto filosofo, oppone alle aberrazioni della Com l'estetica; anche Enrico Grezzi, in tempi non sospetti ha mostrato il suo scetticismo nei confronti della stessa. Ramonet parla di tirannia della Comunicazione. La Com è veramente così pericolosa o queste critiche sono solo una conseguenza di una cattiva applicazione della stessa?
È una questione molto complessa alla quale non si può rispondere in qualche parola. È assurdo diabolizzare la Comunicazione; bisognerebbe prima dare un senso preciso a questo termine e c'è molta polemica politico-ideologica dietro, quindi la mediologia vorrebbe astenersi.

Louise Merzeau, nel numero 6 dei "Cahiers de Médiologie" (Pourquoi des mediologues?), parla di Hypersphère (la "Sfera di internet"): questa nuova dimensione ha preso il posto della videosfera o ne rappresenta solo un ampliamento?

No, penso che ci sia una rottura ma diciamo che la videosfera esula l'accezione strettamente tecnica della parola. La videosfera letteralmente sarebbe solamente il mondo dell'immagine televisiva con supporto numerico. Oggi siamo nella numerosfera e la televisione rientra come un caso particolare all'interno di un macro sistema tecnico che è numerico. Dunque siamo nella numerosfera.

Crede che i nuovi media possano rappresentare una nuova frontiera della democrazia e del governo o è solo un'utopia?

Il termine di nuova frontiera è molto ideologico. É un termine religioso che appartiene all'universo politico americano che non capisco esattamente cosa voglia dire in una descrizione storica. Si, ci sono delle rotture, delle soglie, ma non lo so se il numerico rappresenta un cambiamento nel modo di governare. Rappresenta sicuramente un cambiamento nell'accumulazione scientifica, nell'organizzazione sociale, ma nel sistema politico non sono sicuro.

Cosa pensa del concetto di intelligenza collettiva introdotto da Pierre Levy?

Credo che sia un'utopia concreta del mio amico Pierre Levy, che non tiene conto delle differenze di cultura, di lingua, ma dona valore ad una nuova circolazione e accessibilità dei

dati scientifici. Una mondializzazione del sapere che non è molto positiva. In ogni modo nessuna rivoluzione mediologica è completamente positiva o completamente negativa. Ognuna ha i propri inconvenienti, ma, d'altra parte, tra i vantaggi del numerico c'è sicuramente un progresso formidabile nell'accumulazione delle conoscenze. E soprattutto nell'archiviazione e nell'accessibilità delle stesse. Perchè malgrado tutto Einstein ha scoperto la relatività con una matita e un foglio di carta.

A quando risale la prima forma di interazione tra Stato e Videosfera?

Aneddoticamente al 1968, l'anno dell'introduzione dei mass media nella politica.

Ne "Lo Stato Seduttore" lei parla di umanitarismo come oppio degli uomini di stato, affermando che la concezione di Stato Umanitario si colloca negli anni 80-90. Si sentirebbe di dire che lo Stato Umanitario ha visto la sua fine oppure siamo ancor in pieno regime?

Bella domanda. No, credo che lo Stato umanitario sia in declino perchè ognuno si sta rendendo conto che l'umanitario non ha una collocazione politica e che il famoso diritto o dovere d'ingerenza negli affari interni di un paese serve come punto d'onore solo per l'imperialismo economico e politico più brutale. Quindi credo che lo Stato Umanitario si trovi enormemente destabilizzato dagli eventi Iracheni .

Da un punto di vista mediatico, la guerra in Iraq rappresenta una nuova guerra? Mi riferisco ai video degli ostaggi, alle decapitazioni in diretta, alle immagini delle torture. Che succede?

La prima guerra mondiale è stata una guerra tra il libro e il giornale, vinta dal giornale; la seconda guerra mondiale è stata una guerra tra il giornale e la radio, vinta dalla radio; la guerra del Vietnam è stata una guerra tra la radio e la televisione vinta dalla televisione e l'attuale guerra in Iraq è la guerra tra la televisione e il numerico, vinta dal numerico.

Quale è il vostro rapporto con i "Nouveaux philosophes?"

Nessun rapporto con i nuovi filosofi, che sono dei giornalisti, essenzialmente. I nuovi filosofi sono interessanti come fenomeno perchè è veramente l'introduzione dei mass media nella filosofia. Ovvero, il filosofo diviene il suo proprio pubblicitario e si avvicina all'università per indirizzarsi direttamente all'opinione pubblica. Salta sulla testa dei suoi colleghi, dei suoi padri: è una rivoluzione demagogica. Ma non ho alcun rapporto con questo movimento, mi interessa come oggetto di riflessione ma in ogni modo il contenuto è completamente vuoto.


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Linguista e antropologo canadese, è stato studente del grande sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan, di cui è considerato l'erede intellettuale. Professore al Dipartimento francese all’Università di Toronto (Canada), è direttore dell'Istituto McLuhan di Cultura e Tecnologia dell'università di Toronto, studioso degli sviluppi antropologici di Internet e anticipatore di un futuro che riunisce arte, ingegneria e comunicazione. Come consulente dei media e delle iniziative culturali ha partecipato alla preparazione e all’ideazione del padiglione di Ontario all’Expo ‘92 di Siviglia (Spagna), all’esposizione Canada in Space e al Centro di trasmissione della Canadian Broadcasting Company; recentemente ha fatto parte della commissione incaricata della progettazione di una politica culturale per la comunità francofona in Ontario e del Comitato governativo di Ontario sulla strategia di telecomunicazioni. Si occupa da anni delle interazioni tra la tecnologia e il corpo, i media e la cultura, l'arte e la comunicazione, svolgendo studi sperimentali sul rapporto tra cervello umano e nuove tecnologie comunicative. Il suo lavoro su media, internet e intelligenza connettiva lo ha reso uno dei più autorevoli teorici della comunicazione. Consulente di molti governi per lo Sviluppo delle Telecomunicazioni, de Kerckhove è rappresentante della politica culturale delle comunità francofone e insignito dal governo Francese con la Palma Accademica. Tra i suoi libri recenti si segnalano: McLuhan for managers: new tools for new thinking, Toronto, Viking Canada, c2003; The architecture of intelligence, Basel; Boston, Birkhäuser, 2001; Connected intelligence : the arrival of the Web society, edited by Wade Rowland. London, Kogan Page, 1998; The skin of culture: investigating the new electronic reality, edited by Christopher Dewdney. Toronto, Somerville House Pub., c1995.

Link utili
Sito ufficiale
Interviste su mediamente.rai
Intervento di De Kerckhove su e-journal.it
Intervista su Internet Magazine

Bibliografia essenziale (traduzioni italiane)
La civilizzazione video-cristiana, Feltrinelli, Milano 1991
Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, Baskerville, 1993
La pelle della cultura. Un’indagine sulla nuova realtà elettronica, Genova, Costa & Nolan 1996
L’etica civile alla fine del XX secolo (con Peter Koslowski e Alexander Jeff), Mondadori, 1997
L'architettura dell'Intelligenza (La Rivoluzione Informatica), testo&immagine, Torino 2001
La conquista del tempo, società e democrazia al tempo della rete, a cura di Derrick de Kerckhove, Editori Riuniti, 2003.


Il concetto di bainframe:

IL bainframe (cornice mentale) è una struttura di percezione ed interpretazione fisiologica, cognitiva e sensoriale della realtà creata dalla forgiatura del nostro cervello da parte delle tecnologie di elaborazione delle informazioni. Ogni nuovo mezzo di comunicazione, in sintesi configurerebbe i nostri emisferi celebrali delineando sostanziali modifiche neuronali, fisiologiche cognitive e perfino corporee, creando insomma cornici che circoscrivono le modalità con cui intendiamo il mondo e reagiamo ad esso.

La tecno-psicologia:

De Kerckhove, avanza l'idea di una tecno-psicologia, ossia lo studio della psicologia intesa non come qualcosa di universale ed immutabile, ma come attributo psichico di individui soggetti storicamente all'azione delle innovazioni tecniche. Per l'autore una psico-tecnologia è una tecnologia che con le sue stesse parole emula, estende o amplifica le funzioni senso-motorie, psicologiche e cognitive della mente. Così facendo riformulano la nostra idea di realtà. Egli si riferisce in particolar modo ai mezzi di comunicazione elettronica che ci hanno permesso di entrare in una vera e propria era delle psicotecnologie.

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Secondo l'autore il computer ha delineato il passaggio dai bainframe di tipo analogico a quelli di tipo digitale. L'uomo si è trasformato, in una sorta di semiconduttore, che associa e sintetizza proprietà psicoculturali dei brainframe precedenti, trattenendo ed elaborando personalmente parte dell'informazione che fluisce incessantemente e copiosamente nel magma generico di espressioni collettive. Con la realtà virtuale che darà vita ad una nuova cornice e cioè il "cervello cibernetico".
si potrà poi concretizzare la possibilità di una condivisione simultanea di coscienza che coinvolga tutte le componenti sensoriali e cognitive. Intanto questo universo partecipativo ha luogo grazie ad internet. Un mondo virtuale illimitato che integrando aspetti di tutti i media, crea un nuovo spazio, costruito grazie al contributo multiplo di tutti i naviganti. De Kerckhove, parla infatti di "intelligenza connettiva", vale a dire la condivisione di un pensiero collettivo all'interno della rete informatica. Questa forma di intelligenza condivisa è una sorta di intelletto sempre in funzione a cui ci si connette o sconnette senza influire sulla sua integrità complessiva. Si arriva a partecipare insieme ad intenti, progetti, idee, emozioni senza perdersi nel flusso differenziato di una indistinta identità complessiva. L'autore indica con il termine "webness" . La connettività, una delle condizioni della crescita culturale, sociale e intellettuale. Gli utenti di internet, come i neuroni celebrali, operano e generano idee e progetti quando interconnessi, negoziano significati godendo di una grossa libertà espressiva e delle nuove velocità tecnologiche.
Si tratta dunque di una sorta di estensione smisurata dell'intelligenza privata, in forma collettiva.
L'intelligenza connettiva, in quanto riformulazione del "logos" condiviso in forma elettronica, avrà l'obbligo di divenire secondo de Kerckhove, il motore di una nuova sensibilità politica che consenta un ampliamento della responsabilità individuale e collettiva.

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L'introduzione dei media elettronici ha comportato ulteriori effetti psicoattivi e trasformazioni antropologiche oltre che socioculturali.
La Tv, per esempio ha favorito in particolar modo lo sviluppo di una nuova tipologia di brainframe, il "cervello video" o videoframe, che enfatizza il ruolo di ogni schermo visivo nell' elaborazione delle informazioni e nell'organizzazione del nostro sistema nervoso. La TV secondo l'autore, stimolerebbe in primo luogo reazioni corporee e sensoriali, anzichè cognitive in senso stretto. All'interno di una cornice così condizionante, la riflessione personale cede il passo ad una "ruminazione mentale" collettiva e crescente. La TV secondo l'autore privilegia contenuti ripetitivi e simili , anzichè analitici e razionali, comporta l'abbandono delle caratteristiche individualizzanti occidentali per la partecipazione ad un flusso di coscianeza collettiva, ad una psicologia di massa, ad una condivisione immaginaria che rappresenta, in un certo qual modo, un ritorno alle società orali pre-alfabetiche.

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Joshua Meyrowitz, cerca di descrivere l'adattamento dei modelli comportamentali alle nuove situazioni sociali prodotte dai media elettronici. Meyrowitz prende in considerazione tre grandi categorie di ruoli sociali che la diffusione dei nuovi media ha profondamente trasformato:
1) I ruoli che si riferiscono all'identità di gruppo, 2) i ruoli del divenire legati alla socializzazione 3) i ruoli di autorità e gerarchia. A ciascuna di queste famiglie di ruoli l'autore applica tre variabili:
  • L'accesso relativo all'informazione sociale.
  • La distinzione tra scena e retroscena.
  • L'accesso ai luoghi fisici.

Per quanto riguarda l'identità di gruppo, Meyrowitz afferma che un gruppo si sente tanto più unito, quanto meno le informazioni di cui ogni suo membro dispone sono condivise da estranei. Inoltre il chiaro concetto di "noi" di un determinato gruppo dipende dalla forte condivisione di comportamenti da scena e da retroscena (leggi il significato di scena e retroscena nel post successivo). Di conseguenza i media elettronici, nel momento in cui offrono nuovi modi per svelare tali comportamenti, mutano l'identità di un gruppo.

Per quanto riguarda invece la "socializzazione" Meyrowitz sostiene che: in ogni processo di socializzazione gli individui tendono ad assumere informazioni condivise, ma specifiche, del gruppo di riferimento. il processo di socializzazione secondo lo studioso, è cambiato perché mentre prima dei media elettronici l'accesso alla conoscenza proprio dell'età adulta si poteva avere o tramite la frequenza di luoghi fisici o la lettura, oggi grazie alla tv, i processi di informazione sono accessibili a tutti, dai bambini agli anziani. In questo senso l'accesso alle informazioni non è più legato ai luoghi fisici, ma adesso sono i media stessi a determinare il senso del luogo, quindi determinano il modo di interpretare i ruoli. Inoltre questa fusione di ambienti diversi porta a condividere i comportamenti da scena a retroscena, per cui il ruolo autorevole dell'adulto perde significato, una volta che il bambino riesce a decodificare i comportamenti di retroscena.

L'ultima categoria di ruoli sociali che il mass-mediologo prende in considerazione è quella dell'autorità, che a differenza del potere - che si possiede - deve essere rappresentata, deve cioè saper mettere in scena lo spettacolo gerarchico. Un individuo appartiene a uno status elevato quando detiene conoscenze e abilità che gli permettono di mantenere il controllo su altri individui. Quanto più i sistemi informativi che trasmettono queste conoscenze sono poco accessibili, tanto più cresce l'autorità. Il ruolo gerarchico invece, è quello che , più di ogni altro, ha bisogno di mantenere segreti i propri comportamenti da retroscena, poiché renderli accessibili a tutti significherebbe perdere autorità.
Le elaborazioni teoriche di Meyrowitz rappresentano il punto di incontro tra le teorie del grande "Mc Luhan" e quelle di Erving Goffman. Ricordiamo che Goffmann ritiene che la vita sociale è una sorta di recita su diversi palcoscenici, in cui lo stesso individuo può assumere ruoli differenti rispetto alla situazione, al proprio ruolo e alla composizione del pubblico. La vita sociale, quindi si divide in spazi di "palcoscenico" e di "retroscena", cioè in spazi privati, in cui gli individui non recitano, e spazi pubblici in cui inscenano invece una precisa rappresentazione. Mc Luhan ritiene che la diffusione dei media elettronici, come estensione dei sensi, abbia modificato l'equilibrio sensoriale alterando la percezione del mondo in direzione di una predominanza dell'orecchio sull'occhio. Secondo Meyrowitz, Goffman e Mc Luhan presentano debolezze e punti di forza complementari: Goffman si limita a studiare l'interazione faccia a faccia, ignorando gli impulsi e gli effetti dei media sulle variabili che descrive; Mc Luhan limita il suo interesse agli effetti dei media ignorando gli aspetti strutturali dell'interazione faccia faccia.
Meyrowitz considera complementari le teorie di Goffman e Mc Luhan e individua il loro punto di contatto nella "struttura delle situazioni sociali" sostenendo che quando cambia una situazione cambia anche il ruolo che in essa assume il soggetto.
Le situazioni sociali sono contesti che prevedono determinati comportamenti esibiti in pubblico e ne escludono altri. Quando cambiano i limiti di tali contesti, cambia anche la definizione dei comportamenti appropriati.

La tesi di Meyrowitz è che i media elettronici non ci influenzano tanto con i loro contenuti, quanto modificando la geografia situazionale della nostra vita sociale.
Meyrowitz sostiene che i media , e in particolare la tv, ha eliminato i confini tra palcoscenico e retroscena, rendendo visibili tutti gli angoli della società.
Oggi infatti attraverso la tv, è possibile conoscere il retroscena, dei gruppi a cui non si appartiene. Meyrowitz ha ragione nel sostenere che, rispetto al pensiero di Goffman, non esiste più identità tra luogo e informazione perché la tv ha illuminato ma nello stesso tempo anche eliminato tutti i retroscena unificando ciò che prima era separato.
L'avvento dei media elettronici implica lo sfaldamento della situazione dei luoghi. La situazione cambia pur non modificandosi il luogo fisico, di conseguenza cambia l'idea di soggettività. La situazione non va più strutturata al luogo fisico ma dall'accesso delle informazioni. O meglio, dalla capacità di accesso degli individui alle informazioni che i sistemi trasmettono.

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L'espressione industria culturale è scelta da Harkheimer e Adorno, in opposizione al concetto di cultura di massa. Se quest'ultima, infatti, rappresenta la creatività culturale degli strati socialmente più bassi e conserva un pur esiguo margine di libertà rispetto alle forze sociali ed economiche dominanti, l'industria culturale non ha nulla di spontaneo: non è altro che uno strumento tramite il quale la società capitalistica riversa le sue norme e i suoi valori su una massa inerte e atomizzata. Attraverso l'industria culturale, la società capitalista mette in scena la sua inesausta auto-celebrazione e ribadisce la capillarità del suo potere, a cui nulla e nessuno sfugge. I difensori di questo sistema sostengono che non è in gioco nessuna forma di dominio autoritario, ma secondo Adorno e Harkheimer quello che si instaura è in realtà un " circolo di manipolazione e bisogno" in cui le aspettative preformate dell'industria vengono interiorizzate a tal punto dallo spettatore che gli si presentano con la naturalezza dei desideri e delle ambizioni spontanee.

L'individuo nell'epoca dell'industria culturale

Secondo Adorno, nell'era dell'industria culturale l'individuo non decide più autonomamente: il conflitto tra impulsi e coscienza è risolto con l'adesione acritica ai valori imposti. L'uomo è in balia di una società che lo manipola a piacere: Il consumatore non è sovrano, come l'industria culturale vorrebbe far credere, non è il suo soggetto bensì il suo oggetto. Cioè la società è sempre la vincitrice e l'individuo è soltanto un burattino manipolato dalle norme sociali.
L'individualità è svuotata del suo potenziale critico e al suo posto si instaura una pseudo-individualità alienata, completamente in balia delle forze sociali: "la particolarità del "se" è un prodotto sociale brevettato che viene falsamente spacciato come naturale.

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Il suo contributo più significativo è senza dubbio il breve saggio "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica". L'opera d'arte - dice Benjamin - prima dell'avvento dell'epoca della riproducibilità tecnica, godeva dello statuto di autenticità ed unicità. Un quadro ad esempio era un pezzo unico, originale ed autentico, ossia irripetibile e destinato ad un godimento estetico esclusivo nel luogo in cui si trova. Questa sua autenticità, irripetibilità e esclusività di godimento estetico viene da Benjamin chiamata "Aura". L'Aura è una sorta di carisma insito nell'opera d'arte, un elemento quasi magico che ha a che fare con la sua unicità. Diversamente l'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica è sottoposta ad un processi di decadenza dell'aura. Cioè tanto è unico un quadro quanto labile e ripetibile è la sua immagine (es. foto), eliminando quasi totalmente i concetti di creatività, genialità, valore eterno e di mistero, poichè la riproducibilità tecnica ha l'effetto di rendere le cose, spazialmente e umanamente, più vicine, desacralizzandole.

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Al centro degli studi e delle prime ricerche di Edgar Morin c'è una lucida e vivace analisi della cultura di massa, quale complesso di miti, simboli e immagini della vita reale e della vita immaginaria, in cui l'uomo quotidianamente si attua e si riconosce.
Ma il contributo più ambizioso di Edgar Morin allo studio della cultura di massa è senz'altro " lo spirito del tempo". Lo spirito del tempo è stato il primo studio apparso in Europa sulla cultura di massa. Nelle due parti in cui si articola l'opera Morin analizza forme, contenuti e meccanismi ed effetti della cultura di massa riuscendo a dimostrare come questa non sia solo un nuovo strumento per fughe immaginarie dal mondo, ma anche produzione di precise modalità di partecipazione alla realtà del XX secolo. La prima caratteristica che salta all'occhio nello studio dell'industria culturale, è la contraddizione tra il carattere burocratico e standardizzato della produzione da un lato e la dimensione individuale del consumo - che esige originalità e innovazione dall'altra. La cultura di massa, in altre parole, si trova davanti l'ingrato compito di rispondere per vie industriali e seriali a bisogni che sono per loro natura personali, profondi, affettivi.

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Tutto ha avuto inizio tra la fine dell'ottocento e i primi del novecento, quando il rapporto tra lavoratore e prodotto ha cominciato ad alterarsi ed il primo non si riconosce nel secondo. Si sente estraneo ed obbediente a modelli esterni, legato al sistema nel quale è inserito e che gli ha procurato la forma che serviva a farlo valere. Non è più importante che esso rifletta il lavoro richiesto per realizzarlo, che sia vero, autentico ma soltanto che "appaia", che faccia spettacolo perché è questo che vuole la nuova situazione economica e sociale. Il sistema economico che aveva espropriato il lavoratore della produzione, ora, trasformando tutto in merce spettacolare, completa l'operazione di estraniazione della socialità umana e di manipolazione della coscienza collettiva. Ciò che dunque prevale in ogni contesto è la rappresentazione, l'apparenza, l'irrealismo. la falsificazione, oggi l'umanità è volta all'apparire, cioè al non essere. L'uomo vive in una dimensione che non gli consente, la libera organizzazione delle proprie situazioni, un regime falso che lo separa dal suo mondo, rendendolo un individuo solitario incapace di completarsi socialmente. Debord distingue due tipologie dello spettacolo legate a due differenti sistemi politici: "Lo spettacolo concentrato" , tipico delle società totalitarie e dittatoriali, in cui in genere si è portati ad identificare se stessi in un solo uomo, con una dittatura burocratica che priva le masse della scelta. "Lo spettacolo diffuso"; caratteristico delle democrazie occidentali, pervase dal consumismo e dalla tirannia della merce. Successivamente l'autore presenta un terzo modello, attualmente dominante cioè "Lo spettacolo integrato": qui le sue analisi sono più vicine ai nostri tempi: la vittoria della finzione sulla realtà, della copia sull'originale, della forma sul contenuto è ormai totale. Per Debord non c'è più niente di autentico giacché tutto è concepito, prodotto, vissuto, tutto esiste, si muove in funzione dell'immagine che deve attirare chi guarda, il quale a sua volta, lo fa obbedendo ad altri bisogni o richieste di apparenza. Questa è la società dello spettacolo ed in essa anche le più elementari espressioni della vita dell'uomo quali la famiglia, l'istruzione, il lavoro, i sentimenti, i pensieri, le aspirazioni, tutto segue una direzione unica, quella di conformarsi all'ambiente, al costume, alla moda, alla tendenza del momento sopprimendo qualunque bisogno o richiamo interiore, qualunque autenticità e verità. L'esterno vale più dell'interno, la forma più del contenuto: tutto deve apparire, quasi si trattasse solo di oggetti.
Raggiungendo un grado massimo di estensione, questa forma spettacolare si contraddistingue per la combinazione di cinque proprietà fondamentali:
  • Il continuo rinnovamento tecnologico
  • La fusione economico statale
  • Il segreto generalizzato
  • Il falso indiscutibile
  • Un eterno presente
Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini, come dire! ciò che appare è buono, ciò che è buono appare.

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Possiamo sintetizzare il pensiero di P.Breton, prendendo in considerazione due dei suoi lavori più importanti: " L'utopia della comunicazione" e "Il culto di internet".
Nel primo dei due lavori Breton si domanda come la comunicazione sia diventata l'asse portante dell'organizzazione sociale e, soprattutto, in che modo la società della comunicazione abbia colonizzato l'immaginario sociale diventando un vero e proprio ideale utopico.
Breton dice sostanzialmente che per capire bene il grande successo della comunicazione ed il suo affermarsi addirittura come valore dobbiamo rivolgere un attimo lo sguardo al passato, vale a dire il periodo sconvolgente che va dall'inizio della prima guerra mondiale alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Ed è proprio in questo periodo, nel vuoto creato dall'assenza di qualsiasi punto di riferimento morale e politico, che la comunicazione assume i connotati di un valore diventando un imperativo esistenziale secondo cui, a prescindere dai contenuti, l'atto stesso del comunicare rappresenterebbe la spinta verso un progresso sociale. In questo senso la comunicazione si afferma come valore salvifico.

Le tre tappe:

La comunicazione si pone così come risposta assoluta alla grave crisi del XX secolo. Tre sono le tappe secondo Breton che portano allo sviluppo di questa moderna nozione unificante che si giova dell'interazione tra le principali tecniche della comunicazione ed il contesto sociale in cui esse agiscono.

  • La prima tappa è rappresentata dalla nascita della cibernetica intesa come scienza del controllo dell'informazione in relazione agli uomini e alle società.
  • La seconda tappa è rappresentata dall'intenzione esplicita di impiegare la nozione di comunicazione anche nell'analisi e nell'azione politico-sociale.
  • L'ultima tappa è rappresentata dall'evoluzione nel dopoguerra della società occidentale, che emerge dalle macerie del conflitto mondiale con la sua voglia di rivalsa e pone le basi effettive per la definitiva consacrazione dell'idea di comunicazione come valore utopico.

Homo communicans:

Breton sulla basi di alcune teorie di uno studioso di nome Weiner afferma che qualsiasi fenomeno è considerato come interamente costituito dagli insiemi di relazioni di cui fa parte, la sua essenza è completamente definita in termini di informazione e comunicazione. Ogni fenomeno diventa così la risultante delle informazioni che può scambiare nelle reti in cui accede. Tutto questo ha dati vita ad una nuova definizione antropologica dell'uomo. Si tratta della concezione dell'homo communicans, che secondo breton è un essere senza interiorità e senza corpo, che vive in una società senza segreti, un essere interamente rivolto al sociale, che esiste soltanto attraverso l'informazione e lo scambio in una società resa trasparente. Grazie alle nuove tecnologie dell'informazione (internet), l'uomo diventa un essere informazionale collettivo, portando alla confusione tra la sfera pubblica e quella privata, indebolendo l'individualità, i rapporti diretti e il concetto di corpo inteso come incontro fisico.

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